Wednesday, April 23, 2014

fondatore:

Dentro a questo eterno presente c’è l’attimo che non vedi l’ora di vivere per condividerlo sul tuo social del cuore. In un altro momento non te ne sarebbe importato una mezza sega dell’uccellino morto per strada, ad oggi invece l’umano si intenerisce, riflette sulla penosità dell’esistenza umana, contempla, con il proprio abbonamento quotidiano con la società, scatta. Sento un grande fastidio, non posso farci niente.

Ottimo, quindi riusciamo a riqualificare un istante che prima non godeva di rilevanza. Si tratta di una ri-significazione. Se i social riescono a significare degli oggetti che altrimenti non sarebbero segni, è tutto un guadagno per il linguaggio. La foto dell’uccellino morto è segno della penosità dell’esistenza umana e bla, bla, bla. Ottimo. Non vedo il problema. Ah sì, c’è chi si sente migliore degli altri. Per fortuna che al linguaggio non gliene importa nulla.

Wednesday, April 23, 2014

È facile vivere i buoni sentimenti in una civiltà che ti allontana da qualsiasi pericolo reale.

Wednesday, April 23, 2014

Io non conosco più il congiuntivo.

Non riesco più a distinguere chiaramente i casi in cui è errore sfruttare la semplicità del condizionale. Questo non significa che io abbia smesso di usare il congiuntivo, sia nella parola scritta in quella orale. Piuttosto, mi capita di sbagliarlo e di non notarlo, di leggerlo sbagliato e di percepirlo giusto. Un’ora fa ho letto un post su facebook, era un motivazionale ricco di buoni sentimenti. Nei commenti era in corso una zerg-fest da parte dei grammar nazi poiché il motivazionale presentava un congiuntivo sbagliato. Mi sono soffermato per una decina di minuti a meditare sulla frase e dopo quei dieci minuti mi sono chiuso a meditare sul declino di una mia facoltà mentale. La mente è una struttura chiusa, quando viene a mancare una facoltà la sua assenza è invisibile. Solo con l’aiuto di un’altra persona sono riuscito a cogliere il senso dell’errore. Non che io non abbia individuato dove si dovesse inserire il congiuntivo, il problema è che quando provavo a sostituirlo al condizionale provavo il disagio tipico di chi al posto del congiuntivo trova il condizionale. In altri termini, dopo una parabola di noia e disinteresse, mi sono ritrovato alla sponda opposta del fiume grammaticale, e ora provavo fastidio per un congiuntivo utilizzato (correttamente) in luogo del(l’erroneo) condizionale. Quindi, presa consapevolezza di questa novità, eccomi a festeggiare una data importante della mia vita, il 23 aprile 2014: il giorno in cui mi accorgo che il mio cervello ha eliminato gran parte dei circuiti neuronali necessari alla comprensione del congiuntivo.

Il “che” ad apertura della subordinata mi richiama la nozione grammaticale che regolamenta l’uso del congiuntivo, ma questa nozione, questa norma mi sembra vuota, insignificante. Mi sembra valida quanto la legge di Hammurabi, una regola che aveva una grande importanza migliaia di anni fa ma che ora trova spazio solo come espediente proverbiale. Il congiuntivo, per me, vale quanto l’occhio-per-occhio.

Certo, lo ripeto, uso ancora il congiuntivo. In questo post ci sono dei congiuntivi, li ho inseriti senza sforzo. Non vi so dire (senza rileggere con attenzione) se già sto usando dei condizionali in luogo del congiuntivo ma spesso, in altre occasioni, quando mi capita di rileggere ciò che ho scritto, noto che dovrei sostituire ad un condizionale il congiuntivo, che ho commesso un errore grammaticale. E non me ne frega un cazzo. Lascio il testo così com’è perché il testo ha senso, ha compostezza.

Il condizionale, per me, ha vinto. Con il tempo, nel giro di un decennio, forse più forse meno, il congiuntivo diventerà triviale, saprò interpretarlo quando lo leggerò in un testo “antico”, proprio come so interpretare un testo di Dante o di Ariosto. Ma non avrà posto nel mio linguaggio. Il mio cervello si adatterà, i circuiti neuronali che determinano la scelta del congiuntivo quando costruisco una frase si attiveranno sempre di meno sino a quando non saranno disattivati e riutilizzati per qualcos’altro. Sarà un bel guadagno. Sono certo che non c’è modo di tornare indietro. È il progresso.

* * * * *

Come è potuto succedermi? Mi sono forse ammalato? Sono vittima di una necrosi? Il mio cervello si sta deteriorando? Internet, come vuole qualcuno, “mi ha reso stupido”? Oh beh, no. Niente di tutto questo. Io e gran parte dei parlanti dell’italiano stiamo vivendo una normale evoluzione del linguaggio. A volte le persone dimenticano di come il proto-indoeuropeo divenne latino, di come il latino divenne volgare italiano, di come il volgare italiano divenne italiano. Il linguaggio fa il cazzo che vuole, e le lingue sono l’aspetto principale del linguaggio. Se gran parte degli italiani non riesce più ad usare correttamente il congiuntivo non è perché viviamo in “tempi di stupidità e ignoranza”, né è colpa di una società scarsamente educata e scolarizzata. Tutt’altro. Noi viviamo in una società ipertecnologica e pleonastica nella quale io che non ho mai imparato la parola “pleonasmo” posso scriverla in modo sbagliato nell’editor di un blog e ricevere la correzione automatica da parte di Google Chrome. Non manca informazione, né è difficile accedervi. Ce n’è troppa, lo sappiamo tutti, e tutti (ingiustamente) ce ne lamentiamo.

I grammar nazi non perdono l’occasione di cantare la poetica del congiuntivo morente. Il congiuntivo sta morendo, l’italiano sta morendo. A volte lo sento ripetere alle conferenze da professori universitari, da linguisti e filologi, persone che non solo hanno studiato per una vita la morfologia e la cronologia di molte lingue, ma che vivono la storia di una lingua ogni giorno. Altre volte ho letto su internet una sorta di prostituzione a favore del congiuntivo. “Per conquistarmi è sufficiente una grammatica perfetta”, “se non sbagli il congiuntivo hai già conquistato il mio cuore”. Addirittura? Ci si può attaccare ad una entità grammaticale che sta cadendo in disuso? Il congiuntivo può essere erotizzato? Evidentemente sì, ma di che ci sorprendiamo, lasciate agli esseri umani del XXI secolo un qualsiasi giocattolo e prima o poi lo incastreranno nei loro genitali. Ma se è vero che il congiuntivo sta (finalmente) morendo, l’italiano è più vitale che mai. Per l’italiano si tratta di cambiare pelle, di rinnovarsi, di abbandonare una struttura antica, totalmente arbitraria, priva di ogni giustificazione.

Sono certo che tutti i miei lettori (e soprattutto quelli indignati dal mio post) conoscano la grammatica del congiuntivo e sappiano darmi le definizioni e i casi in cui è necessario questo tempo verbale (non sarebbe stato meglio, più semplice, più chiaro scrivere *conoscono e *sanno?). Ma sono altrettanto certo che se interrogassi tutti i miei lettori ben pochi saprebbero spiegarmi perché è necessario il congiuntivo, perché la grammatica italiana e il linguaggio abbiano deciso originariamente di costituire il modo verbale del congiuntivo. Di certo tutti coloro che “sbagliano” il congiuntivo (che frase orrenda!) non hanno idea del perché: se ne avessero idea non lo sbaglierebbero!

Ebbene, il congiuntivo sta a indicare tutto il campo dell’incertezza, del potenziale non necessario, dell’ipotetico. Nella grammatica italiana e delle altre lingue si utilizzano proprio queste parole per indicare le costruzioni che si agganciano al congiuntivo. Ora, il linguaggio è l’entità che si preoccupa di “mettere il bastone nelle ruote” alla funzionalità dell’universo, il linguaggio è il disfunzionale per eccellenza. Ma la disfunzionalità del linguaggio ha una propria coerenza e pragmaticità interna, la quale ci offre l’illusione che il linguaggio sia il totalmente funzionale. Dal momento che ai livelli di analisi superiori la differenza tra “funzionale” e “disfunzionale” diventa ironica e polverosa, al nostro livello accetteremo che il linguaggio, in quanto massimamente disfunzionale, è massimamente funzionale. Una entità massimamente funzionale riduce a zero il ridondante e ottimizza le proprie risorse. Le differenze grammaticali non motivate, ovvero l’arbitrario tipico di una lingua, sono ridondanti e sprecano risorse del linguaggio e del parlante. Il cervello, come ci ha insegnato la grammatica generativa e la filosofia del linguaggio, ha bisogno di strutture speciali per interpretare una regola grammaticale, specie una regola complessa come il congiuntivo. Quindi, nel caso una regola si mostrasse superflua, questa sarebbe eliminata dal linguaggio, a moderata velocità. Ecco cosa sta succedendo al congiuntivo. Alla moderata velocità attraverso la quale il linguaggio riesce a rielaborare e ricalibrare i cervelli di tutti i parlanti, il congiuntivo evapora. Il congiuntivo, esprimendo l’incerto, il potenziale non necessario, l’ipotetico, è una struttura superflua. Nella nostra civiltà abbiamo solo una vaga nozione di cosa sia l’incerto, il potenziale non necessario, l’ipotetico. In molti casi non ne abbiamo idea. Non avendo più il problema di gestire l’ignoto, il congiuntivo esprime una sfera inconsistente del linguaggio, qualcosa che non ci serve più. Quindi, il congiuntivo viene progressivamente assorbito dall’indicativo (mostrando il passaggio dall’incerto al certo, dall’ipotetico al dichiarativo) e dal condizionale (mostrando il passaggio dall’incontrollabile al desiderio onnipotente degli esseri umani). Ogni volta che un parlante dell’italiano “sbaglia” il congiuntivo offre testimonianza del potere del linguaggio. Il parlante esprime la vittoria del linguaggio sull’universo distruttore. Ciò che era incerto e doveva essere espresso con tutto il timore reverenziale verso il Caso, oggi viene tranquillamente recluso nella sfera linguistica del fatto, del dato, dell’è-così-e-basta, l’indicativo, e nella sfera linguistica del desiderio, del potrei-ma-non-voglio, il condizionale. Altro che hybris: ogni scambio tra congiuntivo e condizionale è una presa tirannica di potere, ogni scambio tra congiuntivo e indicativo è una sberla al fumoso universo dell’incertezza e dell’impotenza.

Il destino del congiuntivo è lo stesso dell’aoristo, ἀόριστος χρόνος, “tempo non definito”, tanto importante per il greco, e del duale. Non sono un linguista né un filologo quindi questi sono gli unici due esempi che riesco a portare. L’aspetto verbale è decaduto, dall’indoeuropeo, al greco, al latino, all’italiano. Il nome del “passato remoto” è persino ironico rispetto al suo nome più antico, “passato perfetto”, e sta a indicare che degli aspetti verbali non ce ne frega più un cazzo. E perché? Perché l’aspetto del verbo indicava un passaggio di tempo indefinito e le culture occidentali hanno gradualmente distrutto l’idea della non-definizione temporale attraverso la filosofia, la fisica, l’aritmetica e la geometria. L’esistenza dell’orologio esclude dal linguaggio l’aspetto verbale. Non esiste in occidente la “necessità di senso” di esprimere l’aspetto di un verbo, quindi, benché il suo uso rimanga accettato, non è più rilevante. Lo stesso vale per il duale: se un tempo gli antichi erano costretti da una costruzione del mondo dualista a tenere in gran considerazione la coppia, tanto da dedicargli tutta una declinazione, noi occidentali, figli dei pitagorici, non sappiamo che farcene del 2 e del pari in generale, dal momento che il mondo o è singolare o è plurale. E così il duale, benché rimanga in qualche forma (penso a “un paio d’occhiali”), è recluso ai margini del linguaggio. Non ci serve l’aspetto di un verbo, non ci serve il duale e così non ci serve il congiuntivo.

In inglese è in corso la stessa “degenerazione”, e infatti la frase “if i were here” sarà presto una forma proverbiale, antica e persino “strana” della più ragionevole “if i was here”. Nello slang di New York è già così. E non solo: nello slang di New York la s finale tipica della coniugazione alla terza persona dell’indicativo presente è già caduta. Si dice “She sing a song” e non più “She sings a song”. I grammar nazi di tutto il mondo macinano il loro fegato su questi “errori” quanto i loro analoghi italiani. Ma perché mai lo slang di New York, la lingua più “progredita” del mondo, ha sacrificato la s finale? Perché anche in questo caso è priva di giustificazione, è diventata arbitraria. Il verbo sing si coniuga nello stesso modo per tutte le persone, Io Tu Egli Ella Esso Noi Voi Essi. Non c’è differenza verbale tra Io Tu Egli Ella Esso Noi Voi Essi. Non c’è differenza tra i soggetti. Sono tutti uguali. La potenza uniformante e politicamente corretta del postmoderno sta modificando il linguaggio ancora una volta. Se io e voi, lui e lei, se tutti siamo uguali, la stessa cosa, tutti infinitamente sostituibili, perché mai i nostri verbi, indici delle nostre azioni, dovrebbero dirsi diversamente?

Tra un centinaio d’anni accadrà lo stesso in italiano. Dico un centinaio d’anni perché quella è la distanza culturale che divide l’Italia e gli Stati Uniti. C’è solo da aspettare.

Saturday, April 19, 2014

antimusajhwh asked: Non sono così convinta che la scienza sia morta. Perché allora tante persone per screditare una posizione o una disciplina dicono che "non è scientifica"? (vedi con la psicoanalisi).

Per la stessa ragione per cui si offre tanta attenzione al Papa. L’esistenza di Papa Francesco forse rivivifica il cristianesimo, o il suo posto nel mondo? No, si tratta di eredità culturale. Il linguaggio è stratificato. Quello che c’è prima non viene cancellato da quello che viene dopo. Piuttosto, il linguaggio posteriore assorbe il linguaggio precedente e lo ri-qualifica. Pensa alle tradizioni, e se non vuoi pensare alle tradizioni pensa alle abitudini degli esseri umani nel corso della storia. Noi abbiamo un certo numero di eredità che formano la nostra tradizione. Il cristianesimo è stata l’ideologia dominante dal IV secolo a.C. al XV secolo d.C., la scienza ha preso il posto del cristianesimo dal tardo XV secolo ai primi decenni del XX secolo. Posso elencarti i “breakpoint” di queste ideologie: la loro nascita, la loro diffusione, il loro impatto e la loro decadenza. La scienza, per inciso, è decaduta attraverso lo sviluppo della meccanica quantistica. Non so quanto tu conosca della meccanica quantistica, ma essa ci mostra senza vergogna che esistono fenomeni (i collassi) che non sono influenzati né determinati da un modello matematico. Se capisci la struttura della scienza, capisci anche che un fenomeno PRIVO di modello matematico ne è una ferita mortale.

Questo non significa che la scienza ha smesso di esistere, piuttosto occupa lo stesso spazio nel linguaggio del cristianesimo, una religione conclusa.

Alla fine del XVIII secolo, pieno illuminismo, Laplace porto al conscio del linguaggio il modello determinista. Certo il determinismo è un’idea molto antica, ma nessuno aveva fatto il determinismo l’ossatura conscia di una ideologia. 

http://en.wikipedia.org/wiki/Laplace’s_demon

Qui trovi il famoso Demone di Laplace, forse lo conosci già. È il punto di splendore della scienza. Ora, il demone di Laplace è segno di un periodo storico in cui era necessario valutare il determinismo perché il linguaggio lavorava sulle strutture di calcolo. È il periodo storico in cui vissero Eulero prima e Gauss dopo, e come sai metà matematica è Eulero+Gauss. quindi, era necessario valorizzare il calcolo, e dal calcolo estrarre le macchine calcolanti (le fabbriche, i treni, le armi, etc). Quando abbiamo concluso la nostra conquista del calcolo (del numero) abbiamo potuto affrontare il non-numerico. L’inizio del ‘900 è il momento della “grande crisi” della scienza (tanto che un’opera di Husserl porta nel titolo “crisi delle scienze”, no?). Non si tratta di una crisi, piuttosto di un superamento. La dottrina scientifica è incapace di gestire la probabilità, il concetto sfumato, l’indefinito e l’indeterminato. La meccanica quantistica, invece, adotta, accetta, abbraccia modelli indeterminati, non-deterministici. Certo, possiamo chiamare la meccanica quantistica “scienza”, e di certo coloro che lavorano alla meccanica quantistica sono “scienziati”. Ma questa è eredità culturale. Noi esseri umani continuiamo a chiamare “Re” e “Regina” coloro che siedono a capo di una monarchia costituzionale. Ma la loro è forse regalità? Allo stesso modo, a guidare gli scienziati non è più l’ideale di scientificità. La più stabile dottrina scientifica è quella di Popper, il falsificazionismo. Ovviamente il falsificazionismo non funziona, non ha senso, è sbagliato da ogni prospettiva filosofica, ma questo non gli impedisce di essere utilizzato come ideologia conscia dalla scienza. Pensa al dislivello, all’abisso che si forma tra “verificazione” e “falsificazione”. Una teoria non è più vera, è solo temporaneamente non-falsa. Come vedi c’è un salto nell’indeterminazione. E questa è la filosofia della scienza più “friendly” rispetto all’eredità scientifica. Io personalmente sono più vicino al costruttivismo radicale (una teoria è vera perché il linguaggio costruisce percezioni della realtà che confermano i dati della teoria) e credo gli scienziati adottino incosciamente l’anarchismo epistemologico (vedi Feyerabend, non so se lo conosci). Ma questa è la mia opinione.

Se “al suo meglio”, ovvero seguendo il “razionalismo critico” di Sir Popper, la scienza non è più capace di gestire la verità ma solo la temporanea non-falsità, allora la scienza non può più vivere il ruolo di garante della verità che era esattamente il ruolo di dio, e il motivo per cui la scienza si sostituì al cristianesimo nel XV secolo. La scienza, al pari di dio, si occupa ormai dell’indeterminato, della speranza, della visione. Ovviamente lo fa attraverso una strategia scientifica, senza dubbio, ma se prima dio fu ridotto alla scienza, ora la scienza è ridotta al postmoderno. Il postmoderno, infatti, è la dottrina che maneggia l’improbabile e l’indeterminato, è la pittrice dell’infinita tavolozza di colori. Quando si lavora nella scienza, si lavora sotto la giurisdizione del postmoderno. È una garanzia perché gli scienziati lasciati da soli producono virus mortali e bombe atomiche; ed è un passo in avanti perché la scienza ora può dedicarsi anche all’improbabile e all’indeterminato. Pensa all’epoca in cui la psicologia “si è fatta scienza”, e così la sociologia: fine XIX secolo.

Noi abbiamo delle eredità, e in fondo nella nostra cultura non ha molta importanza cosa è ereditario e cosa invece è attuale perché il postmoderno apre ad una totale indifferenza rispetto ogni aspetto. Ti dicevo ieri che sono rimaste le strutture e che i simboli che li occupano sono indifferenti, uguali tra loro. Questo vale anche tra “ereditario” e “attuale”. Ecco perché la scienza sembra attuale (e in un certo senso lo è), al pari del cristianesimo: perché non fa differenza la loro ereditarietà. Considerare l’ereditarietà della scienza e del cristianesimo è un ozioso esercizio intellettuale, qualcosa che può interessare ai nerd della filosofia e della psicoanalisi come me ma che non ha nessun impatto reale sul linguaggio. Le cose stanno così. Però se tu apri un discorso analitico e mi dici che la scienza “ha” il posto di dio, beh, hai torto.

Friday, April 18, 2014

Sono cento volte parte della “massa” piuttosto di essere il granello di merda che utilizza con disprezzo la parola “massa”

Friday, April 18, 2014
skiribilla:

Zerocalcare e la grande truffa del food

Qui su internet tutti si sentono migliori degli altri. Questo tipo di polemica mi fa davvero impazzire perché non è motivata da argomenti reali ma solo dal desiderio di porsi in spettacolo, di mettersi in luce. La qualità di un intrattenimento, qualsiasi esso sia, non sta nella profondità, nella complessità o nel valore educativo che porta con sé. Per la profondità ci sono i saggi di filosofia, per la complessità di trattati di topologia, per l’educazione i genitori, le scuole, l’università. Un intrattenimento deve intrattenere. Una cultura che si lamenta dei propri intrattenimenti ha perso il proprio muro del pianto e, conseguentemente, si ritrova a frignare per qualsiasi cazzata. Vorrei vi soffermasse un attimo sull’assurdità di lamentarsi del modo in cui la gente passa il proprio tempo libero. Chi nel proprio tempo libero guarda MasterChef o il Grande Fratello è in qualche grado diverso da chi guarda un film di Tarkovskij o di Lars Von Trier? Di chi si guarda la Champion’s League, di chi si guarda Mad Men o Breaking Bad, di chi si guarda Lo Hobbit? No, sono tutti intrattenimenti, alcuni godono d’un valore intellettuale più apprezzabile di altri, ma ognuno è libero di occupare il proprio tempo libero come preferisce.
E ancora nel 2014 c’è chi si appella alla poetica della “massa controllata”, dei “mass media” che operano un lavaggio del cervello, e quant’altro. Informatevi. Siete ignoranti. Forse siete anche stupidi. Non esiste niente del genere. La poetica dei Mass Media è stata affrontata e decostruita negli anni ‘60. Lo scrivo ancora: nel 1960. Millenovecentosessanta. 50 anni fa. 50 anni fa abbiamo mostrato come i Mass Media influenzano massivamente le persone, ma anche che l’influenza massiva prodotta dal Mass Media è determinata dal sostrato culturale soggiacente. In altre parole: prima che i Mass Media possano influenzare “le masse” (una espressione disgustosamente arrogante, degna del popolino intellettuale del cazzo che si sente migliore), "le masse" influenzano i Mass Media, determinandone i contenuti.
MasterChef esiste perché risponde ad un appetito culturale tipico del nostro tempo. Da un lato si tratta di riempire il Grande Vuoto (come fanno i bulimici), dall’altra di ribellarsi alla Madre terribile, ora che il Padre è scomparso (come fanno gli anoressici). La cultura mondiale è ossessionata dal cibo da BEN PRIMA di MasterChef. Questa è una banale, banale, banale osservazione culturale: da quanto le persone parlano di cibo? Da quanto le persone sono ossessionate dal cibo? E allora, come potete dire che i mass media “rifilino” dei prodotti scadenti? Essi rispondono una esigenza culturale diffusa.
TU, pinco pallino, il solito coglione straripante intelletto, ti senti migliore di MasterChef? BENE, NON GUARDARLO! Io non ho mai visto una puntata in vita mia e sto benissimo così, ma mica mi credo migliore di chi sa goderne! Anzi, buon per lui/lei, riesce a fare qualcosa mentre io ne sono incapace! Ora fatti un giro e magari vai a leggerti un libro perché se ti sprechi in discorsi del genere hai davvero bisogno di tutto il tempo possibile per prosciugare la tua colossale ignoranza.
PS. Per Zerocalcare e tutta la cricca intellettualistica: avete mai letto Infinite Jest? Bene, lì troverete la risposta a "Se non mettiamo un argine ora a questa deriva, cosa toccherà ai nostri figli?". Infinite Jest è un libro del 1996.

skiribilla:

Zerocalcare e la grande truffa del food

Qui su internet tutti si sentono migliori degli altri. Questo tipo di polemica mi fa davvero impazzire perché non è motivata da argomenti reali ma solo dal desiderio di porsi in spettacolo, di mettersi in luce. La qualità di un intrattenimento, qualsiasi esso sia, non sta nella profondità, nella complessità o nel valore educativo che porta con sé. Per la profondità ci sono i saggi di filosofia, per la complessità di trattati di topologia, per l’educazione i genitori, le scuole, l’università. Un intrattenimento deve intrattenere. Una cultura che si lamenta dei propri intrattenimenti ha perso il proprio muro del pianto e, conseguentemente, si ritrova a frignare per qualsiasi cazzata. Vorrei vi soffermasse un attimo sull’assurdità di lamentarsi del modo in cui la gente passa il proprio tempo libero. Chi nel proprio tempo libero guarda MasterChef o il Grande Fratello è in qualche grado diverso da chi guarda un film di Tarkovskij o di Lars Von Trier? Di chi si guarda la Champion’s League, di chi si guarda Mad Men o Breaking Bad, di chi si guarda Lo Hobbit? No, sono tutti intrattenimenti, alcuni godono d’un valore intellettuale più apprezzabile di altri, ma ognuno è libero di occupare il proprio tempo libero come preferisce.

E ancora nel 2014 c’è chi si appella alla poetica della “massa controllata”, dei “mass media” che operano un lavaggio del cervello, e quant’altro. Informatevi. Siete ignoranti. Forse siete anche stupidi. Non esiste niente del genere. La poetica dei Mass Media è stata affrontata e decostruita negli anni ‘60. Lo scrivo ancora: nel 1960. Millenovecentosessanta. 50 anni fa. 50 anni fa abbiamo mostrato come i Mass Media influenzano massivamente le persone, ma anche che l’influenza massiva prodotta dal Mass Media è determinata dal sostrato culturale soggiacente. In altre parole: prima che i Mass Media possano influenzare “le masse” (una espressione disgustosamente arrogante, degna del popolino intellettuale del cazzo che si sente migliore), "le masse" influenzano i Mass Media, determinandone i contenuti.

MasterChef esiste perché risponde ad un appetito culturale tipico del nostro tempo. Da un lato si tratta di riempire il Grande Vuoto (come fanno i bulimici), dall’altra di ribellarsi alla Madre terribile, ora che il Padre è scomparso (come fanno gli anoressici). La cultura mondiale è ossessionata dal cibo da BEN PRIMA di MasterChef. Questa è una banale, banale, banale osservazione culturale: da quanto le persone parlano di cibo? Da quanto le persone sono ossessionate dal cibo? E allora, come potete dire che i mass media “rifilino” dei prodotti scadenti? Essi rispondono una esigenza culturale diffusa.

TU, pinco pallino, il solito coglione straripante intelletto, ti senti migliore di MasterChef? BENE, NON GUARDARLO! Io non ho mai visto una puntata in vita mia e sto benissimo così, ma mica mi credo migliore di chi sa goderne! Anzi, buon per lui/lei, riesce a fare qualcosa mentre io ne sono incapace! Ora fatti un giro e magari vai a leggerti un libro perché se ti sprechi in discorsi del genere hai davvero bisogno di tutto il tempo possibile per prosciugare la tua colossale ignoranza.


PS. Per Zerocalcare e tutta la cricca intellettualistica: avete mai letto Infinite Jest? Bene, lì troverete la risposta a 
"Se non mettiamo un argine ora a questa deriva, cosa toccherà ai nostri figli?". Infinite Jest è un libro del 1996.

Friday, April 18, 2014
Thursday, April 17, 2014

Ho appena letto questa frase:

"This right here is what advertising should be. Not sexualizing men and women. Just clever little things like this." Qui l’original post commentato.

Credo sia tempo di gettare un po’ di luce su questa “sessualizzazione”, anche se apprezzo l’OP per aver notato che la “sessualizzazione” non è solo del corpo femminile ma (soprattutto) del corpo maschile. Se non siete d’accordo su questa mia ultima osservazione prendete in mano una matita o una penna e raccoglietevi in un minuto di meditazione.

La “sessualizzazione” è un tema caldo, specie in Italia, dal momento che abbiamo dei governanti ipersensibili al tema. Dal momento che Mad Men è ricominciato questa settimana, è proprio il caso di trattare della pubblicità. Il pensiero comune è che la pubblicità degli ultimi anni sia troppo carico della presenza dei corpi, soprattutto di corpi impegnati in un immaginario sessuale. Passi la pubblicità della biancheria (soprattutto dei reggiseni) o di altri oggetti legati al corpo o proprio al sesso (come i preservativi): si tratta del loro territorio. Ma alcuni s’indignano della presenza di un semi-nudo accanto ad una automobile, un paio di occhiali, una bottiglia di vino. La loro opinione è che l’oggetto reclamizzato sia reso invitate dal corpo affiancatogli.

Concediamo per amore del discorso che sia vero, che l’oggetto reclamizzato sia desiderabile poiché è affiancato da un corpo. Gli ultrà della pubblicità asessuata si lagnano di una devalorizzazione del corpo, di uno sfruttamento delle forme (soprattutto quelle femminili, ma lo sappiamo, la nostra civiltà è sempre pronta a lagnarsi quando si tratta di “proteggere” i “diritti” delle donne!). I soggetti che si prestano alla pubblicità sessualizzata sono vittime di una società cattiva e ridicolizzano tutti gli esseri umani dello stesso sesso. Le donne che guardano un paio di tette che si strusciano su una Mercedes sono vittime di una violenza visiva. Allora è necessario intervenire, legiferare contro l’uso del corpo nella pubblicità, “mettersi in pari” con gli altri paesi dell’Unione Europea e gli Stati Uniti, che a detta dei super-attivisti italiani godono di una “pubblicità migliore”, mentre sappiamo che non è affatto così. Sollevando un po’ il tono del discorso, l’accusa mossa alla pubblicità è di “rendere superficie” lo spazio del linguaggio designato alla produzione di desiderio. La pubblicità è un meccanismo del desiderio. Il desiderio è sempre positivo (poiché impedisce il godimento diretto). Quindi, la pubblicità è una protezione. Ma se la pubblicità ricorre al corpo, e cioè espone il godimento “nudo e crudo” allora perde, ma che dico, tradisce! il suo ruolo.

Ci sono molti errori in questa argomentazione, ne noterò qualcuno. Il primo e più grave è intendere il godimento “nudo e crudo” il sesso. Molti credono che “scopare” sia una questione di genitali, o almeno di corpi. Che per scopare siano necessari uno o più corpi che entrino in contatto più o meno diretto (includo qui il contatto visivo). Ma il sesso, inteso nel modo più grezzo (cioè proprio come contatto tra uno o più corpi) è solo l’aspetto più superficiale del godimento. Ogni godimento, certo, parte da me (che ne faccio esperienza, che ne sono soggetto) e arriva ad un altro (che ne è vittima, che ne è oggetto). Quando abbiamo un soggetto e un oggetto di godimento, possiamo dire che si consuma “una scopata”.

A livello inumano, tutti i godimento sono uguali. Anzi, dirò meglio: esiste un solo godimento. Noi esseri umani ci distinguiamo unicamente per il modo in cui questo godimento si differenzia e si declina, ma si tratta sempre di rincorrere il seno, o ancora prima l’utero, o ancora prima la Cosa. Il linguaggio si frappone tra l’essere umano e il suo godimento, sbarrando la via diretta. Sembra che il linguaggio abbia la parte del poliziotto cattivo, ma è così solo ad uno sguardo superficiale. Godere è uguale a morire, il linguaggio allontana il godimento, producendo desiderio, e così il soggetto rimane in vita. Ora, ogni essere umano ha una certa percezione di cosa vuole (e quello è il desiderio) ma raramente riesce a cogliere cosa lo fa godere, o almeno il perché goda. “È così”, “Sono fatto così” è la risposta che ci diamo interrogati sul nostro godimento. Non c’è “perché”, dal momento che “perché” è un oggetto del linguaggio, e il godimento non ne sa nulla del linguaggio.

Ora, che una persona goda d’essere schiaffeggiata, di giocare a calcio, di patire la fame, di distruggere le proprie relazioni, di porsi in relazioni disastrose con persone di un certo tipo, etc, in ogni caso ci troviamo a declinazioni diverse dello stesso godimento: il seno. Godiamo solo del seno. Questo non vuol dire che desideriamo il seno, e infatti sono convinto che tutti i miei lettori non familiari con la psicoanalisi mai ammetterebbero di “desiderare” di mettere la testa o il proprio cazzo tra le tette della propria madre. Ma è ovvio, il desiderio è la negazione del godimento, è il godimento per segno negativo. Il desiderio è fallico, il godimento è vaginale (ecco spiegata la forma della matita e della pena!).

Ma se il godimento è sempre lo stesso, e il desiderio è l’impedimento di questo godimento, allora la pubblicità (che si occupa di produrre desiderio lì dove non c’è*), quando ricorre al corpo, al sesso, ad una forma di desiderio (che ancora nasconde il godimento), la pubblicità non sta “appiattando” il linguaggio, lo sta piuttosto rivelando. La sessualizzazione è una pratica di semplificazione.

È vero che negli ultimi anni la pubblicità ricorre più facilmente al sesso, ma non si tratta di un declino del linguaggio, piuttosto del segno della sua potenza. Il linguaggio è stato costretto a bandire il sesso per millenni perché nonostante sia un desiderio esso è clamorosamente più vicino al godimento puro di quanto non sia collezionare francobolli (che pensate sia il collezionismo? Siamo sempre lì, a cercare il seno). L’iperpresenza del sesso, la sua ostentazione, non è segno di declino perché indica le nuove possibilità del linguaggio. È una riappropriazione. Il sesso prima era troppo pericoloso per gli esseri umani, quindi il linguaggio lo allontanava. Ma ora il linguaggio può fare a pezzi ciò che vuole, e quindi permette una semplificazione. È come la caduta del congiuntivo: una regola grammaticale esiste finché ha uno scopo, un senso, finché non è arbitraria, finché non è superflua. Quando una regola grammaticale perde il suo scopo e non ne acquista uno nuovo, cade, cessa di esistere. Il linguaggio è complesso, ma non inutilmente complesso. La sua diramazione è il necessario e sufficiente d’una certa epoca. Quanto linguaggio serve per impedire un nuovo nazismo? Quello che abbiamo. Allora, quando il linguaggio si accorge che una regola grammaticale si è fatta superflua, la abolisce. E la regola grammaticale che impedisce la presenza del sesso nel “buon costume” è caduta. Ecco allora che il sesso si fa strada nel linguaggio.

Non si tratta di un “virtuosismo” o di una “ostentazione” da parte del linguaggio. Il linguaggio è il Buon Padrone, dà a noi parlanti ciò che possiamo avere, nella giusta quantità. (Adesso sarò poco chiaro e sembrerò contraddittorio ad un lettore attento, ma non è il luogo per specificare oltre) Il sesso nel linguaggio è un godimento che ha perso il suo spirito mortale, dato lo sviluppo della nostra cultura. Possiamo godere del sesso nel linguaggio perché non ci ammazza più. Non esagero parlando di morte, perché quando un godimento pericoloso s’insinua nel linguaggio accadono cose come la guerra del Peloponneso, la sacra inquisizione, il nazismo. Oggi il sesso è safe. Lasciatelo andare ovunque voglia.

"Taisign, e perché le persone si lamentano della sessualizzazione della pubblicità? Se si tratta davvero di uno sviluppo, dovrebbero esserne liete; se si tratta davvero di un godimento, dovrebbero goderne".

Esatto! Dovrebbero goderne. E quindi ne sono terrorizzate. Questo è tanto vero quanto si scende nei livelli più bassi della cultura occidentale, come in Italia. Maggiore è il tasso di sottosviluppo culturale, maggiore è il terrore col quale si reagisce allo sviluppo del linguaggio. In Italia, dove abbiamo un forte attivismo rispetto le “immagini sbagliate”, osserviamo un grave sottosviluppo culturale. Le persone perdono tanto tempo a lagnarsi perché sono terrorizzate. Mi dispiace per loro, però il mondo va sempre avanti, mai indietro.

Thursday, April 17, 2014
exterminate-ak replied to your post:
Maaa, prove a supportare queste tue teorie? Perché di femministe SERIE, non di quelle della domenica, che vogliono tagliare piselli e mettere gli uomini al guinzaglio ne devo ancora trovare…

"queste mie teorie"? Le teorie mica si possiedono, appartengono a tutti; del resto non sono il primo essere umano ostile al femminismo. Voglio appuntare l’uso che hai fatto del segno "SERIE" che mi è incrediibile: per te è una femminista è SERIA se e solo vuole tagliare piselli e mettere uomini al guinzaglio?

Detto questo, passiamo a risponderti: ci sono moltissime donne che vogliono tagliare il cazzo all’uomo. Il cazzo non è affatto quella lembo di carne che penzola tra le gambe di un uomo: questa è una riduzione postmoderna erta come difesa e simulacro alla castrazione reale. Agli antichi era chiaro che al cazzo appartenesse tutto il campo del simbolico, e infatti il cazzo era venerato come un dio. Non è facile spiegare la relazione tra maschio e cazzo dal momento che “gli uomini non hanno il fallo”. Noi abbiamo qualcosa tra le gambe, e questo è il segno che rimanda al cazzo. È un rapporto simbolico (al simbolico stesso). Mi viene da pensare alla chiave che apre la porta (quale immagine classica!), ma ancora meglio alla frase che bisogna pronunciare perché si aprano le porte di Moira: “Dite cazzo ed entrate!”. In questo senso, tagliare il pisello di un uomo non è affatto privarlo di un organo, di un pezzo di carne, quanto tagliarlo fuori, impedirgli di tornare nella Caverna, nella Terra, che non è altro che il godimento, mortale o non.

Sto semplificando, ma spero di essere comprensibile. La castrazione fisica è certamente un mezzo efficace per ottenere una castrazione reale, ma non l’unico.

Ogni gesto femminista è una castrazione rispetto un uomo. Gli unici uomini che apprezzano una donna in quanto femminista sono, guarda caso, castrati (il che, secondo me, spiega e alimenta la frustrazione che determina il femminismo in una donna). Non sto dicendo che una donna alla quale capita di essere femminista piace e/o può essere amata solo da un castrato, ma che un uomo apprezza una femminista in quanto femminista (come apprezzi una bionda in quanto bionda: per quel carattere specifico e non gli altri) solo quando è castrato. Un maschio che non castrato reagisce con fastidio, irritazione, percepisce la minaccia.

Il gesto del femminismo è sempre lesivo nei confronti dell’uomo. Tutta la giostra informativa del femminicidio è una incredibile castrazione dell’uomo. Il femminicidio cosa ci dice, in fondo? Che la violenza su una donna vale di più, è più importante (più grave) della violenza su un uomo. Che, in fin dei conti, le donne sono migliori degli uomini.

Buona giornata

Wednesday, April 16, 2014

Il femminismo mi fa paura? Posso concedere che sia orrendo, ma no, non mi fa paura, è piuttosto una questione di disgusto.

Wednesday, April 16, 2014

Le persone hanno troppo tempo libero

Tuesday, April 15, 2014

Breve nota sulla qualità narrativa di Game of Thrones

Per amore della semplicità, non distinguerò le diverse forme (in altre parole: il significante stretto) di narrazione, e quindi film, show televisivi, romanzi, poemi, sinfonie, fumetti, videogiochi, ma anche teorie filosofiche e teorie scientifiche, storie filologiche, ricostruzioni psicoanalitiche etc, tratterò tutto come se fosse un tutt’uno. Non c’è bisogno di una giustificazione stretta poiché in ogni caso rimaniamo nel dominio del linguaggio, nello specifico nel dominio della struttura temporale del linguaggio.

Data la premessa, credo esistano solo due criteri per valutare una narrazione, almeno secondo il modo che ho d’intendere il racconto: la sua estensione e la sua profondità. Se prendiamo gli elementi costitutivi di una narrazione ci accorgiamo che sono, in fin dei conti, simboli caricati. Con simbolo caricato intendo un segno linguistico a cui è stato associato un peso emotivo oltre al significato. Il personaggio del racconto è l’esempio perfetto di simbolo caricato. Peter Pan, ad esempio, ha un carattere simbolico (riunisce tutti gli affetti da “Sindrome di Peter Pan”) ma anche uno emotivo (tutti abbiamo una opinione, un sentimento per Peter Pan). Ora, tutti gli elementi del discorso narrativo sono simboli caricati: luoghi, personaggi, eventi. In questo senso, la profondità è determinata dall’intreccio dei simboli caricati. Non intendo qui solo la trama, che può essere più o meno fitta, ma anche la complessità delle relazioni tra i personaggi, tra i personaggi e i luoghi, tra i personaggi e gli eventi (anticipazione, nostalgia, paura, etc), tra luoghi e luoghi (penso sia agli eventi catastrofici, come gli uragani, ma anche ai culti, ad esempio il legame tra Atene ed Eleusi), etc. Esistono molti modi per intrecciare gli elementi di una narrazione. Alla densità dell’intreccio corrisponde la profondità. Non esiste cattiva profondità. Anche nel caso di un masso di informazioni irrilevanti, sappiamo che la nostra civiltà sa fare ottimo uso delle informazioni irrilevanti. D’altra parte, avevo citato l’estensione. I simboli caricati non esistono solo nelle narrazioni, sono presenti ovunque nel linguaggio. Il nome personale, nel mio caso William o Taisign, è un simbolo caricato. Ora, poiché apparteniamo tutti al linguaggio, una narrazione può costruire intrecci anche extranarrativi, ovvero i simboli caricati della narrazione possono intrecciarsi con simboli caricati extranarrativi, come luoghi reali, persone reali, eventi reali. Un esempio per ogni categoria. Luoghi reali: la leggenda di Lourdes, la Gerusalemme Liberata, il Monte Elicona, i segni-monumento per tutta Dublino che derivano dall’Ulisse di James Joyce; persone reali: Alessandro Magno s’intrecciò, come è noto, ad Achille, i giovani si immedesimano nei loro miti, due amici in Oreste e Pilade; eventi reali: il fascismo puntava a ricostruire la gloria dell’impero romano, l’ideologia comunista determinò la storia mondiale di mezzo secolo, il cristianesimo ha formato la storia di un millennio. Come si vede, i simboli caricati possono influenzare il resto del simbolico, benché ne siano una parte. Maggiore è la portata dei simboli caricati all’interno di una singola narrazione, maggiore è la sua estensione. L’estensione è negativa solo quando i contenuti della narrazione sono negativi.

Formate brevemente queste definizioni, passiamo a Game of Thrones. Partiamo dalla profondità: benché ci sia chi ritiene che Game of Thrones non sia altro che tette figa e sangue, chiunque abbia seguito lo show può confermare che quelli sono elementi superficiali attraverso i quali si dà la narrazione. La profondità di Game of Thrones è unica: la storia si sviluppa per molte vie, tutte intrecciate tra loro, e i personaggi riescono a toccarsi di continuo. La profondità narrativa di Game of Thrones è agghiacciante tanto da rendere impossibile la prevedibilità. Si tratta di un sistema da troppe equazioni. L’imprevedibilità di Game of Thrones determina la sua ricchezza: una storia che non si lascia determinare non si consuma (non si lascia dare conclusione). L’estensione di Game of Thrones è allo stesso modo indiscutibile. Da aprile a giugno internet è dominato da Game of Thrones, l’estasi che genera è la prova della sua indubitabile estensione.

Monday, April 14, 2014

Parliamo piuttosto di potere e godimento.

Un modo imbarazzante d’intendere il potere è questo: si possiede il potere per ottenere il godimento. Questa definizione è un per me. Esercitiamo un po’ di linguaggio. Anzitutto, se il potere si possiede, è perché il potere è un oggetto. Sono d’accordo. Nell’universo esistono a sinistra soggetti e godimenti, a destra oggetti e strutture. In altre parole, a sinistra abbiamo l’abisso soggettivo della morte, a destra abbiamo il linguaggio (il linguaggio è una cosa semplice: l’insieme delle combinazioni di tutti gli oggetti e di tutte le strutture degli oggetti). Allora il potere è sicuramente un oggetto perché appartiene al linguaggio (chi non parla non ha potere). Sono d’accordo che il potere sia un possesso. Il latino possèssus mi dà ragione.

Senza scomodare Heidegger, è sbagliato considerare il potere un mezzo, anche se è un oggetto. Ma se non è un mezzo, si possiede il potere per ottenere godimento sembrerebbe falso. E invece no, perché per chi possiede il potere, il godimento è nel potere stesso. In altre parole, il potere è sempre un oggetto di godimento per sé. E non a caso, chi possiede potere vuole solo aumentare il suo potere. Quale novità, caro super-io!

Continuo dopo, vado a raidare

Monday, April 14, 2014

Vorrei scrivere qualche parola pungente sulle persone che alle conferenze fanno domande solo per attirare l’attenzione e rimorchiare, ma penso che non ci sia molto da dire, me ne starò in silenzio a sospirare

Saturday, April 12, 2014

Penso a questo periodo storico come all’ultimo gradino di una lunga scalinata che porta al tempio. A volte leggo un entusiasmo davvero fuori luogo. Adoro la tecnologia e adoro costruire scenari del prossimo futuro, ma l’attrazione per lo sviluppo scientifico dell’umanità è molto diverso dal sogno di “rinascita” dell’arte e d’altre entità spirituali. Ci sono persone che nella caduta di dio, della verità e delle altre parole a iniziale maiuscola, insomma nel postmoderno in genere, trovano una sorta di regresso, di rinuncia. Vorrei trovare una strada semplice per spiegare la differenza tra “rinuncia” e “senso d’inutilità”. Voglio dire, la macchina da scrivere oggi si utilizza solo per scena, per vanità estetica, perché non è (più) “pratica”, no? E così gli dei, non sono (più) pratici. E l’arte, e la verità, e le altre maiuscole: niente di tutto ciò che abbiamo lasciato alle nostre spalle è (più) pratico.

Domani non ci sarà un ritorno alle nostre tappe intermedie. Noi stiamo tornado al prima-della-cultura, alla Cosa dell’umanità, è vero, ma ci ritorniamo con un senso di conquista, non di sottomissione. Gli esseri umani saranno pure nostalgici, ma la civiltà umana guarda sempre avanti, mai indietro.

"Progresso" è una parola che abbiamo inventato con un certo sarcasmo. Andare avanti è identico a darsi morte. Freud era molto confuso da questa ambiguità, credo che metà della poetica di Lacan soffra dello stesso fraintendimento. "Andare avanti" è sicuramente morire. Ma morire è tutto sommato tornare allo stesso, alla ripetizione compulsiva: è da qui che è nata la speculazione sulla pulsione di morte.

Tutti i punti problematici e ambigui di una teoria coprono le zone erogene del linguaggio, i luoghi del godimento mortale. Penso qui a Wittgenstein: la filosofia non è una scienza, si limita a chiarificare il linguaggio. Penso che sia corretto. La filosofia (come la scienza) costruisce un filtro e pulisce il linguaggio. Ciò che ne esce fuori è una teoria coerente, pulita, precisa, anche nel caso della meccanica quantistica o della filosofia heideggeriana/derridiana (che non possiamo esattamente definire come “un esercizio limpido del linguaggio”, se capite cosa voglio dire!). Una teoria pulisce il linguaggio della merda prodotta dal godimento anale: una cosa del genere.

Allora eccoci di fronte all’errore di Freud e Lacan: confondere progresso e cammino-verso-la-morte. Il progresso è il sarcasmo della cultura occidentale, esso dice all’universo:

"Bene, tu esegui la tua inevitabilità, la tua verticalità, dandoci un inizio (la nascita) e un finale (la morte). Noi camminiamo su questa via, e in fine moriamo. Ecco allora che io, invece di aggrapparmi all’immobilità, invece di oppormi al carro che mi trascina in ogni caso, mentre seguo l’asino al quale mi hai legato, mi costruisco un carro più grande, più veloce, un carro che possa trascinare te che mi trascini su un’altra strada, quella che preferisco"

La cultura umana va di certo avanti, ma il suo punto d’arrivo è la vita, non la morte. Un carro più veloce (Ecco l’immagine che ho in mente: il supplizio dei quattro cavalli: gli arti di un uomo vengono legati a quattro cavalli, i quali, posti ai quattro punti cardinali, vengono frustrati, sino a quando non strappano gli arti dell’uomo, lasciandolo un pezzo di carne senza scopo, senza vita, pieno di dolore)(Il mio commento: per ogni cosa un prezzo!). Allora torniamo sul progresso vs. la nostalgia. Gli esseri umani sono nostalgici ma soprattutto sono frignoni. Dell’arte non ce ne facciamo proprio nulla. A cosa può servire? I quadri di Van Gogh sono davvero belli, ma leggere i commenti spiritualistici dei suoi contemporanei e ancora peggio degli intellettuali dei nostri tempi… mi nausea. Van Gogh non era un angelo, non era un santo, non era un qualsiasi sovraumano… era solo un pittore, ha disegnato delle tele molto belle, ma nella sua pennellata non c’è niente di divino. Guardo il cielo stellato di Van Gogh e “Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini, ma non vedo nessun Dio”. Van Gogh ha prodotto entità di notevole valore culturale, ma secondo una cultura vecchia di 100 anni. Noi ci lamentiamo della scarsità dei oggetti culturali, ma è ovvio, cerchiamo oggetti come ne sarebbero stati prodotti 100 anni fa, nel XXI secolo di certo non abbiamo bisogno delle notti stellate, delle nature morte, delle sinfonie di Beethoven. Noi abbiamo gli stadi, le giornate mondiali per…, twitter e gli altri network, i massive multiplayer online game, blog pieni di schifezze intellettuali come il mio. Questi sono i prodotti culturali del nostro tempo, non sono né migliori né peggiori delle tele di Van Gogh.

C’è chi dipinge ancora, e finché si rende conto che il proprio dipinto vale quanto un video su youtube, egli/ella è meritevole. La nostra domanda di oggetti culturali è maggiore rispetto a quella di 100 anni fa, quindi abbiamo bisogno di 1000 Van Gogh come abbiamo bisogno di 1000 Einstein… e li abbiamo! Ma allora quale ritorno dell’arte ci aspettiamo? Perché perseveriamo in una poetica cristiana del ritorno di Cristo? Non c’è nessuna rinascita. Davanti a noi non c’è nessuna resurrezione, perché non lasciamo morire più niente. La stessa civiltà che si pone il problema dell’accanimento terapeutico non può sposare una poetica del ritorno alla vita. I nostri problemi sono oltre il superfluo del non-morire: abbiamo restaurato il mito originario di Sisifo, l’uomo che non volle mai morire, l’uomo per il quale il problema più grande fu proprio di continuare a vivere… Figurarsi se tra noi c’è posto per Lazzaro.

Detto questo, a tutti un esempio di prodotto culturale che mi dà grande piacere stasera: https://www.youtube.com/watch?v=qKP1-Xqwuis